In quel reparto c'è vita | Trame Formazione
01 aprile 2019, scritto da Tiziana Lo Monaco
categoria: Punti di vista
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In quel reparto c'è vita

Storia vera, anzi verissima di cura di pazienti in stato vegetativo e stato di minima coscienza
C’era una volta…
Corridoio grande bianco e azzurro, qualche quadro.
Silenzio.
Tin. Tin. Tin. 
Sono i monitor delle apparecchiature medicali a cui sono “attaccate” le vite dei pazienti. 
È la prima volta che lei entra in un reparto così, da professionista, senza la percezione di un barlume di vita apparente. Pensandoci bene, non sa se per fortuna o meno, non è mai entrata in un reparto del genere neanche per una visita di cortesia.
Non è sola! Con lei ci sono i suoi nuovi colleghi, 6 infermieri e una fisioterapista. È la nuova equipe…
Si presentano gli infermieri strutturati del reparto, mostrano un sorriso e tanta accoglienza, appaiono dolci, ma un velo di tristezza sembra trasparire appena dai loro sguardi. Ma forse è una sua errata interpretazione, forse si specchia nei loro sguardi e vede le sue paure e non le loro.
Ad ogni modo si comincia.
I suoi nuovi colleghi sono più disinvolti, sanno quello che devono fare, “prendersi cura” del paziente, lei no. No, perché ha sempre lavorato con le relazioni e in questo caso la relazione non esiste, non c’è e non sa dove cercarla, forse con i familiari. Ci proverà.

Scritta così, sembrerebbe l’incipit di qualche bel romanzo dai risvolti interessanti. E invece non è così!
Questa è una storia vera. Verissima.
Riguarda tutti quei professionisti che lavorano in un campo sanitario molto delicato, lavorano con i pazienti con Gravi Cerebrolesioni Acquisite, cioè con pazienti che versano in Stato Vegetativo e Stato di Minima Coscienza. Pazienti che non possono dirti “grazie” o “prego” perché non parlano, pazienti che non possono chiamarti con il campanello per chiederti aiuto perché le loro mani non hanno più le forze, pazienti che non sorridono più, che non si arrabbiano, che non si rattristano, pazienti che se aprono gli occhi, il loro sguardo è perso nel vuoto. 
Sono pazienti dai corpi gracili, esili, che non danno fastidio; sono adulti tornati improvvisamente neonati, hanno la pelle delicata; non mangiano perché tutti i muscoli del loro corpo non rispondono a nessun tipo di stimolazione. 
Sono pazienti le cui giornate oscillano lente e sempre con lo stesso ritmo che non conosce variazioni se non quegli improvvisi tin tin tin tin che accelerano quasi a volere chiedere aiuto perché qualcosa non va nel verso giusto. 
E allora ti accorgi che questi pazienti ci sono, sono presenti col corpo e forse anche con l’anima, sono pazienti che dipendono dalle cure degli operatori che giornalmente se ne fanno carico, sono pazienti la cui vita è appesa a quel filo che li collega alle macchine. 
Sono pazienti che non usano la parola ma cercano di farsi capire attraverso il linguaggio del corpo, per cui aumenta la frequenza cardiaca piuttosto che la temperatura, il viso diventa corrucciato, gli arti si ritraggono. E poi quella lacrima che solca il viso delicato e che scende silenziosa e che attende l’arrivo di quelle preziose mani che andranno a lenire ogni sofferenza perché sapranno leggere i segnali di quel corpo indifeso.

In quel preciso istante ti accorgi che in quel reparto c’è vita! Gli operatori accorrono tutti, nessuno rimane in disparte, nessuno si defila, sono tutti presenti…la percezione di non vita svanisce, c’è rumore, tutti sembrano intervenire con le parole, con la relazione, quasi che Alfredo potesse interagire e dire la sua. E intanto sono tutti intorno al suo letto, accanto a lui, gli dicono di resistere, che il dolore passerà, qualcuno lo accarezza, qualcun altro gli tiene la mano in attesa che arrivino i familiari a fargli compagnia come ogni santo giorno, mentre lui si abbandona a loro ciecamente.

E intanto intorno a quel letto si celebra la sacralità della vita, il rispetto per l’umano, il rispetto della persona, il concetto di cura assolve alla sua funzione più ampia che non si limita soltanto a curare ma anche e soprattutto a prendersi cura.
E intanto quegli operatori sono divise bianche che quotidianamente, sommessamente, realizzano il miracolo… il rispetto della DIGNITÀ’, il rispetto della Persona, la garanzia di una buona vita e l’accompagnamento verso una buona morte, la vera umanizzazione della medicina.

«[…] A volte penso quando mi guardi con quegli occhi grandi che mi vorresti raccontare la sofferenza che stai sopportando, io nel mio piccolo ti assisto e ti curo nel miglior modo possibile. Spero tu percepisca tutto questo. Mi farebbe piacere che, anche se con un semplice gesto dei tuoi occhi, tu mi facessi capire se quello che faccio possa alleviare il tuo dolore. 
Con Affetto…»
«Ciao Alfredo, 
ti scrivo perché ci conosciamo da mesi ma non sappiamo molto l’uno dell’altra. […]
Hai l’età di un uomo, eppure hai gli occhi di un bambino indifeso […]. Però voglio dirti che con noi non devi temere  nulla, saremo pure un po’ particolari, scherziamo con te come se potessi alzarti e mandarci a quel paese. Però siamo qua, e non ti molliamo, finché tu non vorrai lasciarti andare. […]
Quando ci avviciniamo, non ti arricciare, non potremo mai farti del male! Spero che nei tuoi sogni tu possa vivere la vita che non hai vissuto […] Tieni duro, e sogna spesso…»

Corridoio…grande bianco e azzurro, qualche quadro.
Dei fiori.
Tin. Tin. Tin. 
Il profumo del caffè appena fatto.
Alfredo ha l’aria serena.
Gli operatori chiacchierano mentre si preparano per l’igiene dei pazienti. 
Fioccano risate, la giornata ricomincia!