Lo sguardo della medicina narrativa: attenzione e presenza |TRAME Formazione
30 agosto 2018, scritto da Francesca Memini
categoria: Punti di vista
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Lo sguardo della Medicina Narrativa: cosa significa?

Che cosa significa “sguardo”? Che ruolo ha lo sguardo nella relazione tra paziente e curante? Qual è il significato dello sguardo nelle pratiche narrative? Alcune suggestioni in attesa del prossimo workshop. 
Da alcuni giorni sto raccogliendo idee e materiale per il workshop che si terrà il 22 settembre a Milano. Il titolo che insieme a Venusia, Mario e Antonella, abbiamo scelto è “Lo sguardo della Medicina Narrativa”.
Che cosa significa “sguardo”? Che ruolo ha lo sguardo nella relazione tra paziente e curante? Qual è il significato dello sguardo nelle pratiche narrative? Queste sono alcune delle domande su cui rifletto. Le idee non hanno ancora preso forma, ma proverò a scrivere – in maniera ancora frammentaria - alcune suggestioni (non nel significato di suggerimenti, ricalcato dall'inglese, ma proprio suggestioni, suggestività, se preferite).

Suggestione #1: lo  sguardo come presenza attenta


Nel 2010 l’artista Marina Abramovic ha tenuto una performance al MOMA “The artisti is present”. Per 3 mesi, 6 giorni a settimana, 7 ore di seguito, l’artista è rimasta seduta nel museo con una sedia di fronte a lei, occhi negli occhi con le persone che si sedevano di fronte a lei. Perché? 
"The artist is present ha vari livelli di significato, ha spiegato la Abramovic, la performance si è tenuta nello spazio più difficile del museo, un atrio di passaggio che le persone attraversano per andare alla caffetteria o alla sala cinema del Moma. Io ero immobile in mezzo a questo ciclone di persone, chi sedeva davanti a me poteva farlo per tutto il tempo che riteneva necessario: c'è chi lo ha fatto per sette ore, cioè l'intero orario di apertura del museo. Volevo dimostrare che la performance è arte del vivente, essenzialmente immateriale: non la puoi toccare come un dipinto o una scultura, ma la puoi vivere. Soprattutto attraverso lo sguardo, porta dell'anima"
Un canale di comunicazione, silenziosa prelinguistica, si apriva attraverso il rituale dello sguardo, nonostante la confusione e le distrazioni, un canale da cui scorreva emozione. 


L’attenzione secondo Rita Charon è uno dei movimenti fondamentali della Medicina Narrativa, il primo quello che dà inizio alla relazione tra paziente e curante: “The clinician caring for a sick person must begin by entering the sick person’s presence and absorbing  what can be learned about that person’s situation.”
Lo sguardo è manifestazione di presenza, di attenzione: significa fare il vuoto dentro di sé per essere ricettivi, per essere pronti ad accogliere la storia. Lo sguardo è l’attenzione che prima ancora della parola dice “ci sono, non sei solo”. La malattia porta con sé un senso di isolamento, io sono malato e voi siete sani, come se la malattia escludesse dalla comunità umana. Una scissione tra la persona malata e la società, ma anche una scissione tra il sé e il corpo malato. Una scissione che deve essere curata.
La performance dell’Abramovic lo mostra in una forma estrema, portando il corpo al limite (ma quanti medici, infermieri e curanti si trovano in situazioni e contesti forse ancora più estreme…). Quali sono, poi, le similitudini tra una performance artistica e la dimensione performativa che è presente nella narrazione e  (forse)  in ogni dialogo?

“Mi sono serviti tre mesi di tempo al MoMA per essere incondizionatamente lì, presente per il pubblico. Ogni volta che volevano, dovevo essere vulnerabile e solo per loro. In questo modo ho fatto sì che il pubblico non fosse più considerato come un gruppo, ma avesse il tempo e lo spazio per rappresentare la propria individualità. La performance consisteva nell’avere sedute di fronte a me persone singole. Individui che potevano rimanermi vicino senza limiti di tempo, anche un giorno intero se fosse stato necessario. Essere a disposizione come artista e dare loro il mio amore incondizionato a completi estranei mi ha fatto vivere l’esperienza di essere lo specchio delle loro anime e di loro stessi. In quel momento io non ero più me, il tempo non riguardava più me medesima. Io ero solo un tramite del loro essere-con-se-stessi.”

Chiudo questa prima suggestione (ne seguiranno altre) con le parole di Marìa Zambrano: "L’attenzione non è se non la ricettività portata all’estremo, ossia diretta verso un ambito determinato della percezione o del pensiero: verso il mondo esterno o, riflessivamente, verso il mondo proprio".

Per approfondire